Linfoadenomegalia: di cosa si tratta? Cause ed esami medici

Alessandra Sorano Pelle

Linfoadenomegalia o linfomegalia è un termine medico con il quale si fa riferimento a una condizione di marcato ingrossamento, non necessariamente patologico, di uno o più linfonodi.
Si tratta di un quadro che possiamo riscontrare a qualsiasi età, ma più frequentemente nei bambini e nella fascia di età tardiva post 50 anni.
I linfonodi sono organuli ovoidali presenti a ogni livello nel nostro organismo e sono situati in punti strategici in modo da drenare ciascuno una determinata area del nostro corpo. Esistono, infatti, linfonodi superficiali (facilmente raggiungibili) o profondi (quando, invece, sono associati a visceri non raggiungibili con una semplice esplorazione visiva o tattile); li ritroviamo in varie zone: nell’area cervicale (presenti nel collo), nella nuca, sopra la clavicola (sovraclaveari), a livello toracico o addominale, paraortici, mesenterici, all’altezza dell’inguine o per esempio nell’incavo del ginocchio, etc.
L’interessamento linfonodale nell’ambito di una linfoadenomegalia può essere unico e solitario o può interessare intere catene di organuli dislocate in una stazione linfonodale, con interessamento dei linfonodi presenti in un solo lato del nostro corpo (monolaterale) o in entrambi i lati, destro e sinistro (bilaterale). Quando vengono coinvolti simultaneamente più catene linfonodali o in altri termini più linfonodi che non siano posti in successione, si parla di una linfoadenopatia generalizzata (diffusa).

Bisogna fare attenzione a differenziare due concetti che spesso si sovrappongono in termini patogenetici ovvero quello di linfoadenopatia e quello di linfoadenomegalia. Con il primo termine s’intende una generica tumefazione a livello linfonodale dovuta all’incremento del numero di cellule che compongono quest’organello (si caratterizza non solo per l’aumento di dimensioni ma anche per la variazione di consistenza), mentre con il secondo si inserisce un limite ben preciso alla definizione correlato alle dimensioni raggiunte da questa tumefazione; in altri termini il linfonodo in questione raggiunge (o supera) un diametro di 2 centimetri.
Nella stragrande maggioranza dei casi in cui si rileva un’espansione di uno o più linfonodi si tratta di affezioni benigne che testimoniano semplicemente una piena attività del sistema linfatico; in una ridotta seppure consistente minoranza dei casi, invece, il segno visibile o tangibile dell’aumento delle dimensioni di quest’organo sottende una patologia ben più grave che richiede un trattamento medico tempestivo e mirato.

Cenni di Struttura e Funzionamento del sistema linfatico

Per poter comprendere al meglio il meccanismo che comporta tale tumefazione, bisogna fare un piccolo passo indietro e analizzare la funzione fisiologica del sistema linfatico.
Nell’ambito del nostro corpo, in parallelo al sistema di vasi arteriosi e venosi, esiste un sistema costituito da un insieme di canali che percorrono le varie vie del nostro organismo e che sono intervallati, con una cadenza ben precisa, a delle stazioni, chiamate per l’appunto stazioni linfonodali. All’interno di queste stazioni si aggregano piccole massarelle ovoidali di tessuto linfoide costituito principalmente dai linfociti, ovvero cellule deputate alla eliminazione di agenti patogeni.
Il linfonodo rappresenta la sede in cui viene drenato il liquido che scorre all’interno dei vasi linfatici: la linfa. In altri termini tutto il fluido in eccesso che si forma negli spazi interposti tra le cellule dei nostri tessuti viene convogliato nei canali linfatici e sottoposto ad un continuo ricircolo che vedrà come tappa finale la confluenza nel sistema sanguigno.
Il linfonodo, pertanto, rappresenta il primo distretto in cui avviene l’incontro tra gli agenti patogeni, che grazie a questo meccanismo di ricircolo dei fluidi viaggiano nella linfa, con le cellule del nostro sistema immunitario (in primis i linfociti) deputate appunto alla loro degradazione. Gli agenti contro cui si scagliano i nostri globuli bianchi possono essere sia interni al nostro organismo, per esempio cellule che diventano neoplastiche, sia esterni, come per esempio batteri, tossine, virus, etc.

Cosa può generare una linfomegalia?

Secondo recenti studi condotti tra i pazienti che consultano il medico di base per una linfoadenomegalia, si calcola che due soggetti su tre presentano una semplice patologia infiammatoria, mentre circa l’1% nasconde una patologia tumorale maligna.
La maggior parte dei casi, infatti, si associa a una banale reazione infiammatoria che comporta l’insorgenza di un quadro definito come linfoadenopatia reattiva; la motivazione di tale denominazione è da ricercare nel ruolo espletato dal linfonodo, nonché dalle cellule immunitarie ivi presenti, nell’ambito dei meccanismi di difesa del nostro organismo attuati nel caso di episodi infettivi o generati da ipersensibilità.
Quando, invece, si tratta di un segno che nasconde una patologia tumorale sistemica o organo-dipendente, l’ingrossamento dell’organulo può essere associato al suo progressivo infarcimento di cellule maligne che colonizzano distretto per distretto le vie del sistema linfatico.

Malattie che comportano linfoadenomegalia:

-Traumi
-Infezioni: batteriche o virali
-Toxoplasmosi: malattia che viene contagiata tipicamente dai gatti;
-Tubercolosi: causata dal Mybacterium Tuberculosis;
-Mononucleosi: si associa ad un caratteristico ingrossamento della milza;
-Brucellosi;
-Sarcoidosi: malattia sistemica con formazione di granulomi disseminati;
-AIDS: fase terminale di una malattia causata dall’infezione da HIV;
-Tumori maligni: frequentemente linfomi e leucemie;
-Metastasi;
-Malattia da graffio di gatto: frutto di una reazione di ipersensibilità del nostro sistema immunitario. In genere si manifesta a livello dei linfonodi ascellari.

Talvolta può capitare che più linfonodi si aggreghino tra loro simulando la presenza di una massa unica (confusa con una condizione di linfoadenomegalia); si parla in tal caso di pacchetto linfonodale causato da un processo infettivo (tubercolosi, linfogranuloma venereo) o da una patologia neoplastica (carcinoma metastatico o linfoma per esempio).

Sedi più frequentemente coinvolte

Le sedi maggiormente coinvolte da processi patologi infiammatori e quindi benigni sono quella cervicale, quella ascellare e quella inguinale/crurale.
La presenza di un’infiammazione dentaria o inerente alla cavità orale comporta un caratteristico ingrossamento dei linfonodi delle catene laterocervicali, ovvero quelli dislocati lateralmente nel collo, al di sotto dell’arcata mandibolare.
Il coinvolgimento dei linfonodi ascellari, invece, può essere associato frequentemente a sollecitazioni irritanti a livello del seno, del braccio o della mano.
Allo stesso modo, un traumatismo cutaneo che interessa la regione inguinale, associato ad esempio alla puntura di un insetto o ad una depilazione troppo vigorosa, possono generare tumefazioni dei linfonodi inguinali.
Questi esempi, in realtà, non rientrano a pieno titolo nel concetto di linfoadenomegalia perché proprio per il fatto che rappresentano quadri infiammatori benigni, non comportano un superamento delle dimensioni limite richieste per diagnosticare una linfoadenomegalia; sarebbe più corretto, infatti, inquadrarle nell’ambito delle linfoadenopatie.
Le sedi coinvolte da linfoadenomegalia che fanno ipotizzare, invece, un quadro sospetto, sono quella nucale-occipitale, quella sovraclaveare e quella poplitea.
Ovviamente ciò che ci fa presupporre l’eventuale malignità di una linfoadenomegalia non è semplicemente una questione di sede, ma soprattutto un problema di tempistiche associato o meno ad un corteo di sintomi avvertiti dal paziente.

Sedi anatomiche più comunemente interessate e possibili patologie associate:

-Linfonodi occipitali: rosolia, infezioni cutanee, dermatite seborroica;
-Linfonodi preauricolari (dietro l’orecchio): adenovirus, TBC, listeriosi;
-Linfonodi cervicali: tonsillite, infezione cavo orale, infezione da streptococco, infezione da agente della tubercolosi, HIV, Toxoplasmosi, Malaria, mononucleosi, metastasi, leucemie, linfomi, carcinoma tiroideo, etc.
-Linfonodi sottomandibolari: neoplasie naso, bocca e faringe da escludere;
-Linfonodi ascellari: tumore al seno, melanoma arti superiori, vaccinazioni (anti- TBC o anti-vaiolo);
-Linfonodi sottoclaveari: il loro interessamento è particolarmente suggestivo di una patologia maligna, come ad esempio un caso di carcinoma polmonare;
-Linfonodi inguinali: metastasi, linfomi, malattia da graffio di gatto, Rickettiosi, infezioni batteriche loco-regionali;
-Linfonodi mediastinici (nello spazio interposto tra i due polmoni a livello toracico): patologie infettive causate da micobatteri (Tubercolosi ad esempio), linfomi, sarcoidosi, fibrosi cistica, carcinoma tiroideo, metastasi da tumore epatico( fegato),Istioplasmosi, Coccidiomicosi;
-Linfonodi mesenterici: sono spesso coinvolti nel caso di patologie a livello intestinale come ad esempio le gastroenteriti;

Quando rivolgersi al medico?

Il primo parametro da valutare per capire se preoccuparci o meno è la sede in cui si manifesta la linfoadenomegalia. Esistono, infatti, delle zone che potremmo considerare più vulnerabili e in un certo senso più suscettibili all’interessamento linfonodale perché drenano la linfa che proviene da regioni del nostro corpo che frequentemente vanno incontro a processi infettivi/infiammatori (l’esempio più eclatante è quello dell’apparato dentario). Quando la patologia si manifesta in una sede “anomala” è sempre meglio rivolgersi ad un esperto.

Il secondo elemento che dobbiamo considerare è la durata del processo: tende a risolversi spontaneamente nel giro di qualche giorno o persiste nel tempo? Nel secondo caso, ovviamente, risulta necessario un consulto medico.

Il terzo fattore, infine, riguarda l’evoluzione del processo: bisogna appurare se vi sono stati cambiamenti morfologici avvertibili dall’esterno (per esempio un rammollimento del linfonodo) o se la situazione è rimasta stazionaria. Il linfonodo rimane costante in termini di dimensioni o tende ad aumentare?
Questo elemento, in associazione con i primi due descritti, è utile per avere un quadro più esaustivo che può eventualmente aiutare il medico a formulare una diagnosi più accurata.
Una volta accertati questi tre elementi fondamentali subentrano altri quesiti da porsi:
-Sono presenti sintomi di accompagnamento?
Volendo tornare su un esempio precedente, un dolore avvertito in bocca o un fastidio procurato da un dente può indirizzare la diagnosi verso una patologia infiammatoria più che verso un quadro preoccupante!
Sintomi invece più sospetti possono essere dati da un rapido dimagrimento del paziente, da un senso perenne di spossatezza, sudorazioni notturne, prurito incoercibile o da una febbre duratura; ogni piccola anomalia, insomma, deve essere descritta al medico di riferimento perché in associazione con gli altri parametri può essere indicativa di una determinata malattia.
-Sono presenti alterazioni dell’emocromo? Tipicamente è una domanda che si pone il medico dopo aver fatto un’accurata visita e aver prescritto degli esami di primo livello che mirano a rendere noto lo stato di salute del paziente in esame.
-Il paziente è stato a contatto recentemente con animali? O ha ingerito cibi particolari? Anche questo quesito è volto alla ricerca del fattore che ha causato il quadro di linfoadenomegalia.

Quali caratteristiche presenta un linfonodo neoplastico?

Nel contesto di una neoplasia possono essere identificati diversi connotati morfologici che sono suggestivi di una patologia maligna.
Innanzitutto l’infiltrazione del linfonodo da parte delle cellule neoplastiche può indurre un ingrossamento dello stesso oltre i 2 centimetri di diametro (linfomegalia). Se consideriamo che la dimensione standard va da pochi millimetri a un centimetro di diametro, si comprende quanto possa essere più grande un linfonodo patologico rispetto ad uno sano.
Un altro parametro altamente suggestivo è la variazione della sua forma: normalmente un linfonodo ha una tipica morfologia a fagiolo, appare leggermente allungato, di consistenza variabile ed è caratterizzato da un ilo vascolare (un punto ben definito del linfonodo in cui penetrano i vasi).
Un linfonodo neoplastico, invece, tende a divenire rotondeggiante, duro, ben adeso ai piani sottostanti, quindi perde di mobilità, e soprattutto vede sovvertita la sua architettura (parametro certificabile tramite esame bioptico). Talvolta può presentare al suo interno aeree di necrosi, ovvero focolai di tessuto che sono stati degradati e vanno incontro a morte, e non raramente questa necrosi può essere colliquativa (fluidificazione della regione di tessuto coinvolta).
Di solito (ma è bene non generalizzare questo concetto) un linfonodo ingrossato che sia dolente, contornato da cute arrossata e/o calda è un indice di benignità che si correla a una reazione infiammatoria, dovuta nella maggioranza dei casi a una banale infezione.

Linfoadenomegalia in età pediatrica

In epoca pediatrica è molto più frequente riscontrare una linfoadenopatia reattiva che deriva da infezione delle prime vie respiratorie che non una patologia neoplastica.
Ciò nonostante, è compito del medico prendere in considerazione tutte le ipotesi plausibili, anche le peggiori o le meno frequenti.
In questa fascia di età, un linfonodo cervicale o ascellare che superi 1 centimetro di diametro viene già considerato sospetto, al pari di uno di 1.5 centimetri di diametro se in cavità inguinale.
Un fattore discriminante è dato dall’età del bambino: le prime fasi dell’infanzia per esempio sono quelle in cui siamo più suscettibili ad infezioni, proprio perché il sistema immunitario è ancora in fase di crescita e quindi di formazione. Il discorso non riguarda soltanto le patologie su base infettiva, ma anche malattie tumorali.
Patologie come il linfoma non Hodgkin o alcune forme di leucemia acuta insorgono, infatti, più comunemente prima dei 6 anni, mentre patologie carcinomatose come alcune forme di tumore tiroideo, o il linfoma di Hodgkin prediligono un’età superiore ai 6-7 anni.

Ad ogni modo, volendo ragionare in termini statistici, in età pediatrica i linfonodi più frequentemente coinvolti sono quelli cervicali e circa un tumore su quattro in questa fase si presenta a livello del distretto testa-collo.

Qual è l’iter diagnostico da seguire?

Molto spesso sulla base di un’anamnesi approfondita, il medico riesce a identificare la causa della linfoadenomegalia e a prescrivere una cura mirata che può prevedere l’utilizzo di antibiotici, se si tratta di infezioni batteriche, o per esempio di antivirali se entrano in gioco virus. Quando la semplice visita non risulta esaustiva, il passo successivo può richiedere:
La prescrizione di esami del sangue che sono volti a ricercare eventuali anomalie, quali per esempio la alterazione del numero dei globuli bianchi o positività o meno per alcuni anticorpi;
-L’indagine ecografica: particolarmente appropriata quando si tratta di linfonodi superficiali, perché si tratta di un esame poco costoso, non invasivo e molto affidabile. Il linfonodo neoplastico è più tipicamente ipoecogeno (appare scuro), presenta aree di colliquazione e si associa ad una vascolarizzazione spropositata.

In base al quadro patologico con cui il paziente si presenta, può essere richiesta poi una Tac o una radiografia in grado di evidenziare visivamente il coinvolgimento di organi non altrimenti accessibili dall’esterno.

Se si tratta di casi particolarmente sospetti associati per esempio alla presenza di una linfoadenomegalia a livello sovraclaveare, o a linfondi dalle dimensioni particolarmente elevate, a sintomi di accompagnamento o ad un quadro protratto nel tempo, il medico può ritenere necessaria la valutazione bioptica del linfonodo. Si tratta di un intervento di minima entità che porta però a una svolta nell’indagine diagnostica, perché consente di conoscere non solo il tipo di cellule coinvolte nel processo di ingrossamento del linfonodo ma soprattutto permette di valutare l’architettura dell’organo e un suo eventuale sovvertimento.

 

Fonte: Medicina Interna Sistematica a cura di Claudio Rugarli, Edra Masson

Alessandra Sorano