lampi di luce negli occhi

Lampi di luce negli occhi o fosfeni: cause e sintomi

Alessandra Sorano occhi Leave a Comment

Con il termine fosfene (fotopsia) si fa riferimento a un fenomeno visivo che viene percepito dal paziente come un bagliore, uno scintillio di lampi di luce negli occhi improvvisi (talvolta possono apparire anche colorati) che si manifestano nel campo visivo nonostante non vi siano stimoli luminosi provenienti dall’esterno, ovvero in condizioni di scarsa illuminazione (buio).

Cosa sono i lampi di luce negli occhi o fosfeni?

La percezione del fosfene è puramente soggettiva, motivo per il quale può essere descritto ogni volta con caratteri differenti: come un flash paragonabile a quello di una macchina fotografica, come un lampo assimilabile a quello che si osserva in cielo o come un bagliore indefinito.

Tale fenomeno è annoverato tra i disturbi visivi detti entoptici (“dentro gli occhi”), in quanto il motivo per cui si realizza è da ricercare nelle strutture interne dell’occhio. Non deve essere considerata come una patologia vera e propria, quanto come un “fenomeno” che può però nascondere qualche insidia.

In ambito oculistico, la caratterizzazione delle fotopsie può essere fatta in base alla durata e alla localizzazione delle stesse: tipicamente durano frazioni di secondo e vengono descritte ai margini del campo visivo. Questi lampi luminosi possono comparire sia nell’occhio destro, che nel sinistro o in entrambi. Qualora dovessero presentarsi ripetutamente o dovesse aumentare la frequenza con cui si rilevano, potrebbero essere indice di una sofferenza retinica e pertanto risulterebbe necessario un consulto medico più approfondito.

Il meccanismo alla base dei lampi di luce negli occhi

Il fosfene può essere inteso in senso metaforico, come un’illusione creata dalla retina e indirizzata al cervello. Normalmente, infatti, in assenza di luce i fotorecettori non vengono stimolati e quindi non inviano messaggi al cervello. Quando si generano i fosfeni, invece, il cervello, anche senza imput luminosi, riceve comunque un segnale che lo induce a riprodurre luci non finalizzate (un bagliore), e questo perché si crea un effetto pressorio anomalo sulla retina.

Com’è possibile che ciò avvenga?  Immaginiamo che la retina sia la tastiera di un pianoforte i cui tasti corrispondono ai fotorecettori: i tasti bianchi sono i coni (deputati, tra le altre cose, alla differenziazione dei colori durante l’atto visivo) e i neri sono i bastoncelli (che ci consentono la visione notturna). Quando osserviamo qualcosa, i raggi luminosi penetrano a livello oculare, colpiscono la retina e stimolano i fotorecettori (coni e bastoncelli) a inviare un impulso al cervello che verrà codificato come un’immagine corrispondente alla realtà.

Allo stesso modo le dita di un pianista esercitano una pressione sulla tastiera e producono una melodia, frutto di una sequenza di note definite: ciascuna di essa, proprio come ciascun segnale inviato al cervello, ha un suo significato.  Nel momento in cui poggiamo un oggetto sulla tastiera, però, produciamo un suono che non avrà una finalità: è slegato da qualsiasi armonia perché è casuale; allo stesso modo, nel momento in cui si inserisce un elemento di disturbo a contatto con la membrana retinica (come nel caso della formazione di una massa comprimente o come nel caso di un’anomalia del corpo vitreo), questa sarà stimolata ad inviare un messaggio al cervello.

Il risultato qual è? Un risultato non utile, non organizzato: un rumore più che un suono piacevole, alterazioni visive (tra cui i fosfeni) anziché una visione nitida.

Lampi di luce negli occhi: cause

I fosfeni possono derivare da condizioni para-fisiologiche o essere sintomi indicativi di patologie più gravi.
Possiamo schematizzare le cause principali in:

  • Stimolazione meccanica, come accade ad esempio quando stropicciamo gli occhi o li strofiniamo con forza. In questo caso l’intensità della sensazione avvertita è proporzionale all’entità della stimolazione dell’occhio
  • Stimolazione elettromagnetica: Sebbene non sia consigliabile fissare intensamente una fonte di luce, come quella di una lampada o come il sole, è questo un altro dei casi in cui si possono percepire lampi di luce nel proprio campo visivo
  • Esposizione a radiazioni
  • Ipertensione, in realtà potrebbe essere inclusa nelle forme che derivano da una stimolazione meccanica, perché, di fatto, la pressione sanguigna elevata genera una forza pressante a livello retinico
  • Forte emicrania, i casi sono due: o i fosfeni precededono il mal di testa e si chiama emicrania con aurea o addirittura si può manifestare quella che viene definita un’aurea “decapitata”, ovvero si avverte un sintomo, come ad esempio un insieme di fosfeni, che non sono seguiti da effettiva emicrania
  • Sforzi eccessivi: associati a spasmi vascolari retinici
  • Brusco passaggio dalla posizione supina (soggetto sdraiato) alla posizione ortostatica (soggetto in piedi): anche in questo caso vi è una stretta correlazione con spasmi vascolari a livello retinico
  • Distacco della retina
  • Distacco posteriore del corpo vitreo

Le ultime tre in particolar modo rappresentano le condizioni più gravi che richiedono un intervento terapeutico mirato e tempestivo.

Per quanto riguarda il distacco posteriore del corpo vitreo, nel dettaglio, si tratta di una perdita progressiva di aderenza tra l’umor vitreo e la retina cui aderisce. Il corpo vitreo (o umore vitreo) è una massa gelatinosa incolore, ricca di acqua e acido ialuronico. Ha diverse funzioni tra cui quella di riempire fisicamente gran parte del bulbo oculare, ammortizzare gli urti grazie alla sua consistenza e mediare il passaggio di luce grazie alla sua trasparenza.
L’umor vitreo tenderà a distaccarsi dalla retina in diverse occasioni: nel momento in cui comincerà a liquefarsi (fenomeno ritenuto quasi fisiologico con il progredire dell’età) o in occasione di patologie contestuali come il diabete, la cataratta trattata chirurgicamente, la miopia di grado elevato (a causa dell’eccessiva lunghezza del bulbo oculare che nel tempo tende a deformare il corpo vitreo stesso) o patologie su base genetica (come sindrome di Marfan). Se il distacco avviene, non solo vengono percepiti fosfeni e miodesopsie (comunemente definite mosche volanti), ma nei casi più eclatanti può comportare anche il distacco della retina, condizione ben più grave.

Distacco retina: caratteristiche e sintomi

Il distacco della retina avviene con lo scollamento dello strato di natura nervosa della membrana retinica, chiamato neuroepitelio (poiché caratterizzato dalla presenza di cellule nervose non specifiche e fotorecettori, ovvero coni e bastoncelli, preposti alla conversione del segnale luminoso in un messaggio elettrico che sia comprensibile per il nostro cervello). Questo fenomeno interessa soltanto l’elemento neurogeno e permette quindi di conservare l’adesione che sussiste tra il sottostante epitelio pigmentato e la coroide (si tratta di due strutture saldamente unite che sono deputate al sostentamento metabolico delle cellule retiniche, grazie alla ricchezza di vasi che le caratterizza).

Da un punto di vista sintomatologico, in una prima fase, il paziente avvertirà:

  1. Fosfeni
  2. Miodesopsie: correlate alla percezione soggettiva di corpi mobili nel campo visivo e derivano dalla presenza di ammassi di cellule che fluttuano nel corpo vitreo, alterandone la caratteristica trasparenza. Si ritiene che la causa di questa sensazione sia di origine sanguigna.

Dopo una fase iniziale, dove sono presenti questi sintomi non specifici della patologia in esame (possono presentarsi infatti, anche nel corso di altre malattie), il paziente avvertirà il cosiddetto scotoma a tendina relativo/assoluto. In altri termini il paziente percepirà nel proprio campo visivo delle macchie scure anche dette ”aree di cecità” che possono essere parziali o totali e che si estendono dalla periferia dell’occhio verso il centro (cadendo sull’occhio come se fossero un sipario, una tenda appunto). Il fatto che si manifesti una percezione simile è indicativo della rottura della retina.

Lo stress può provocare lampi di luce negli occhi?

Non è da escludere che una condizione di stress particolarmente accentuato possa compromettere funzionalmente l’apparato visivo, ma non sono state rilevate ancora evidenze scientifiche tali da consentire una risposta univoca a questo quesito.

Di certo esistono delle forme di emicrania correlabili allo stress e chiamate “cefalee oftalmiche”, che si caratterizzano per un mal di testa particolarmente accentuato, spesso correlato a disturbi vascolari, in cui il paziente lamenta la visione di macchioline nere da cui si dipartono brevi lampi di luce negli occhi intermittenti che hanno un andamento a zig zag nel campo visivo e che vengono definite “scotomi scintillanti”. (Entrano, infatti, in diagnosi differenziale con le fotopsie).

Lampi di luce negli occhi: cura

I fosfeni non sono considerati elementi patologici veri e propri e pertanto non esiste una cura per eliminarli. Se però si manifestano ripetutamente, diventando invalidanti, perché per esempio compromettono la vista più volte nell’arco di una giornata, devono indurre il paziente a fare degli accertamenti oculistici mirati, perché possono sottendere patologie dall’esito incerto.

Oggi non esiste una cura specifica per il distacco posteriore del vitreo legato all’età del paziente. Trattandosi di un problema prettamente correlato a uno stato di disidratazione generale, in questo caso, si può semplicemente intervenire correggendo le abitudini alimentari e inducendo l’introduzione di un maggior quantitativo di acqua e sali minerali, in modo da mediare il ripristino della consistenza fisiologica dell’umor vitreo.

Nel caso invece del distacco retinico, il rischio di compromissione irreversibile della funzione visiva è concreto, soprattutto se non si interviene entro le prime 48 ore. La scarsa capacità di recupero delle cellule, in questo caso, è legata al fatto che nel momento in cui c’è lo scollamento del neuroepitelio, vengono trascinati fuori dalla sede fisiologica anche i vasi responsabili del nutrimento di ciascuna delle componenti di questa membrana. I vasi portano ossigeno e nutrienti, la loro perdita comporta deterioramento di qualsiasi tessuto.

Superato il limite dei due giorni, quindi, si può parlare di danno cellulare irreversibile, che porterà a cecità. Questo avviene soprattutto se a essere interessata è la porzione centrale della retina (fovea nella macula), in prossimità della quale riscontriamo una massima concentrazione di fotorecettori.

Nella diagnosi, a essere dirimente sarà non solo il corteo di sintomi che accuserà il paziente, ma soprattutto l’esame clinico. L’oculista somministrerà al paziente una sostanza in grado di favorire la dilatazione massima della pupilla, in maniera tale da rendere più agevole il successivo controllo del fondo oculare; poi si servirà di un oftalmoscopio per concentrare un fascio di luce nei punti di rottura a livello retinico.
L’approccio terapeutico cambia in base alla gravità del quadro clinico. In particolar modo, quando il paziente presenta un punto di rottura di lieve entità, non ancora accompagnato da un vero e proprio scollamento della membrana, si potrà ricorrere al trattamento laser. Questo servirà a mediare la cicatrizzazione delle aree limitrofe al punto di rottura, evitando così un eventuale ingresso di liquido nello spazio sotto retinico. E’ una metodica eseguita in ambulatorio e non prevede rischi consistenti.

Lampi di luce negli occhi: il trattamento chirurgico

Quando il paziente si presenta dal medico in una fase più avanzata della patologia, non rimane che l’approccio chirurgico. Tradizionalmente si considerano due tecniche:

  1. Chirurgia eseguita in sede episclerare (ab-esterno), quindi si interviene dall’esterno dell’occhio
  2. Chirurgia “ab-interno”, che coincide con la vitrectomia

Nel primo caso si utilizza una sorta di fascia da apporre sull’occhio colpito e si stringe in maniera tale da ripristinare i rapporti tra la membrana retinica e gli organi circostanti. A questo punto, una volta chiuso il foro, si conclude con l’utilizzo di un laser (o con una tecnica a freddo chiamata criopiressia), che ha lo scopo di impedirne la successiva riapertura.

La vitrectomia, invece, è una tecnica microchirurgica che consente la rimozione del corpo vitreo e la sostituzione temporanea dello stesso con un gas o un olio di silicone. Con il tempo vi sarà poi una spontanea compensazione con i normali fluidi organici riprodotti dall’occhio.

Il ripristino più o meno totale della vista invece, non può essere garantito, ma soltanto predetto in funzione della gravità della patologia (parametro che dipende dall’età del paziente, da patologie contestuali, dal punto in cui è avvenuta la rottura e dall’esito dell’intervento stesso).

Fonti:

Liuzzi, Luciano Manuale di oftalmologia 4 ed. Torino Minerva Medica 2002
Miglior, Mario Oftalmologia Clinica 4 ed. Bologna Monduzzi 2006
Prof. Emanuele Lauricella Dizionario Medico, USES edizioni scientifiche Firenze

Alessandra Sorano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *