cefalea a grappolo

Cefalea a grappolo

Elisa Danese Neurologia

cefalea a grappoloEpidemiologia

Circa il 90% degli individui lamenta un attacco di dolore al capo almeno una volta nella vita. Le cefalee possono essere suddivise in:

  • Primarie, in cui sono contemporaneamente una malattia e un sintomo
  • Secondarie, dove rappresentano una manifestazione sintomatologica di una condizione patologica generale (come ad esempio l’ipertermia) o neurologica (come ad esempio una lesione occupante spazio, l’emorragia subaracnoidea, il meningismo).

La cefalea a grappolo è una cefalea di tipo primario, la quale non si accompagna ad altri segni o sintomi riconducibili a malattie neurologiche.

È più frequente nel sesso maschile in un’età compresa tra 20 e 50 anni, quindi la maggiore incidenza si evidenzia nella popolazione giovanile. È meno frequente rispetto alla cefalea muscolo tensiva e l’emicrania.

Eziologia

Le cause sono ad oggi ancora ignote. A riguardo sono state formulate delle ipotesi: si pensa che il ruolo centrale sia svolto dall’ipotalamo e dal nervo trigemino.

L’ipotalamo è una struttura del sistema nervoso centrale la quale ha diverse funzioni tra cui quella autonomica, ovvero a capo della quale vi è il sistema nervoso autonomo, responsabile delle funzioni vegetative, quindi non volontarie, del nostro organismo.

Il nervo trigemino è il quinto nervo cranico, è quello dalle dimensioni maggiori ed è definito un nervo misto, poiché è sia sensitivo sia motorio, deputato all’innervazione della faccia.

Durante l’evento doloroso l’ipotalamo è caratterizzato da una maggiore attività. Questa, attraverso le fibre del nervo trigemino, si estende fino al volto determinando la comparsa del dolore e delle reazioni sintomatologiche che lo accompagnano.

Clinica

Le manifestazioni sintomatologiche sono tipiche, rendendo la diagnosi rapida. Essa è caratterizzata da un dolore unilaterale (localizzato a un solo lato del capo) lancinante, insopportabile, non pulsante, ben localizzato all’orbita o in sede sovraorbitaria e/o temporale e associato ad altri sintomi tra cui iniezione congiuntivale (arrossamento della congiuntiva) e/o lacrimazione, congestione nasale e/o rinorrea, edema palpebrale, sudorazione e arrossamento facciale e frontale, sensazione di occhio pieno, miosi e/o ptosi.

Il paziente descrive il dolore come una pugnalata che arriva fino alla tempia (sintomo da mettere in diagnosi differenziale con l’arterite di Horton, infezione dell’arteria temporale che insorge tipicamente dopo i 50 anni di età, con dolore temporale e l’arteria pulsante evidente all’esame obiettivo, dolente e dolorabile), a volte anche fino alla guancia o al collo.

Il dolore insorge solitamente di notte, due ore dopo l’inizio del sonno e il paziente ha un atteggiamento tipico: è molto irrequieto e agitato, è incapace di stare fermo (diagnosi differenziale con la colica renale) e sente spesso la necessità di camminare strisciando il lato dolorante della testa contro una parete.

La durata della crisi varia dai 15 ai 180 minuti, anche se nella maggior parte dei casi non dura oltre un’ora.

È una crisi che viene definita “a grappolo” poiché si presenta con una frequenza di attacchi pari a 1-2 ogni due giorni e 8 al giorno per un periodo di tempo definito seguito da remissioni di lunga durata (mesi o anni).

Essendo l’intensità del dolore molto elevata, tale disturbo è stato anche definito “cefalea da suicidio”

Durante il “grappolo” il dolore può essere scatenato dall’assunzione di quantità anche modeste di alcool o di vasodilatatori (come la nitroglicerina usata nell’ischemia miocardica acuta o l’istamina) e dal sostare ad elevate altitudini (superiore ai 1500 metri) e, infine, da variazioni prolungate del ritmo del sonno.

Diagnosi

La diagnosi è prettamente clinica, basata su un test costituito da domande con lo scopo di indagare le caratteristiche del dolore e la modalità di insorgenza e durata.

Tuttavia, in alcuni casi può essere utile eseguire esami radiologici (TC o RM) per escludere la presenza di patologie sottostanti responsabili della sintomatologia, come ad esempio la presenza di una massa neoplastica o di un aneurisma.

Solitamente, il sospetto di una patologia sottostante emerge dalla presenza di ulteriori sintomi che accompagnano la clinica tipica della cefalea a grappolo, come ad esempio disturbi a livello motorio o sensitivo, e da un’accurata anamnesi familiare.

Terapia

Fortunatamente, la cefalea a grappolo è rara e non mette in pericolo la vita del paziente. Le terapie sono in grado di diminuire la durata degli attacchi e di renderli meno gravi, ma non sono in grado di eliminare definitivamente il problema.

Per quanto riguarda la cura dell’attacco acuto, esso non è sensibile all’uso dei comuni farmaci analgesici e FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei, come l’ibuprofene, principio attivo del Moment).

La terapia indicata è rappresentata dalla somministrazione per via sottocutanea, per via orale o come spray di sumatriptan che determina la regressione del dolore in circa 15 minuti. È tuttavia un farmaco controindicato in pazienti affetti da ischemia cardiaca e cerebrale e da ipertensione arteriosa non controllata.

Può essere somministrata anche l’ergotamina, efficace all’inizio dell’evento acuto. Inoltre, spesso è efficace l’ossigenoterapia, ovvero l’inalazione di ossigeno ad alti flussi (7/10 litri al minuto per 15 minuti); essa è priva di controindicazioni ed effetti collaterali, quindi sicura e indicata per ogni tipo di paziente.

Per quanto riguarda, invece, la prevenzione si possono somministrare calcio-antagonisti (Verapamil-nome commerciale Isoptin) e prednisone e, nella forma cronica, il litio (con particolare attenzione ai pazienti con alterata funzionalità renale).

Grazie alle innovazioni nel campo medico chirurgico, si evidenzia come nuova terapia l’intervento chirurgico, dedicato però solo alle condizioni croniche di malattia (attacchi presenti da >1 anno, in assenza di fasi di remissione o con periodi di remissione che durano).

Esso consiste nell’andare a indebolire i nervi responsabili dell’insorgenza del dolore i quali tuttavia, essendo deputati non solo all’innervazione sensitiva ma anche motoria, possono mostrare una ridotta sensibilità e forza muscolare

Invalidità

La cefalea, essendo considerata una malattia “autonoma”, può essere considerata, in alcuni casi, invalidante. Questo accade nel momento in cui la malattia si presenta con una frequenza elevata e l’intensità del dolore è tale da rendere difficile la vita lavorativa e lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Di conseguenza, a seconda del grado di intensità, la malattia può essere associata ad una percentuale di invalidità.

Rimedi naturali

Per quanto riguarda i rimedi naturali, è importante sottolineare come essi non debbano essere usati come sostituzione alla terapia medica dell’evento acuto, ma il loro ruolo può essere visto come prevenzione dell’insorgenza degli attacchi, poiché vanno ad agire sulle cause scatenanti e non sull’atto in sé.

Essi sono rappresentati dall’agopuntura, dalla digitopressione (la stimolazione meccanica permette, dal punto di vista fisiologico, di andare a stimolare delle fibre nervose che convergono su quelle che trasmettono lo stimolo algico, indebolendolo), la chiropratica e l’omeopatia. Sono efficaci? Ovviamente la risposta dipende molto dalla sensibilità individuale di ognuno, per cui c’è una variabilità interindividuale.

Alimentazione

Accanto ai rimedi naturali anche l’alimentazione svolge una funzione nella prevenzione.

Tra i cibi da evitare si menzionano: quelli con eccessivo contenuto di grassi (formaggi soprattutto stagionati, salumi), alimenti ricchi di istamina tra cui pomodori, cavoli, spinaci, conserve, ketchup e salsa di soia, pesce in scatola: conservati, marinati, salati o essiccati (sardine, tonno, sgombro, acciughe, aringhe), pesce affumicato (aringa, salmone..), crostacei e frutti di mare e alimenti ad elevato contenuto di tiramina che permette la liberazione di istamina (cioccolato, caffè, alcool, vino rosso).

Elisa Danese