sindrome di gilbert

Sindrome di Gilbert

Raluca Elena strachinariu Malattie ereditarie

Che cos’è la Sindrome di Gilbert?

La Sindrome di Gilbert, descritta per la prima volta dal gastroenterologo Gilbert nel 1901, è una malattia ereditaria a carattere autosomico dominante, derivante da un mutazione del gene che codifica per l’enzima UDP-glucoroniltransferasi, situato negli epatociti (cellule del fegato).

Il deficit di questo enzima porta ad un rallentamento dello smaltimento della bilirubina, pigmento giallastro e prodotto finale della degradazione del gruppo eme derivante dall’eritrocateresi (distruzione fisiologica dei globuli rossi chiamati anche eritrociti la cui vita media è di 120 giorni). La bilirubina fa parte della bile, la quale è una soluzione prodotta dal fegato e costituita principalmente da acqua (95%), elettroliti, lipidi (acidi biliari, colesterolo e fosfolipidi) e proteine. In condizioni fisiologiche la quantità di bilirubina prodotta è equivalente alla quantità che viene escreta, ma l’alterazione dell’enzima sopra citato porta ad un accumulo nel sangue della bilirubina indiretta (iperbilirubinemia indiretta).

Infatti, in condizioni omeostatiche, la bilirubina appena formata (bilirubina indiretta o non coniugata) arriva dal circolo sanguigno al fegato, grazie all’albumina che la trasporta, dove l’enzima UDP-glucoroniltransferasi catalizza il legame tra acido glucuronico e bilirubina (chiamata ormai diretta o coniugata). Ciò permette l’escrezione della bilirubina diretta attraverso la bile, riversata nel duodeno tramite il coledoco. La maggior parte viene quindi eliminata con le feci.

Valori

La sindrome colpisce 4-7% di tutta la popolazione, maggiormente gli uomini e si distingue in due forme:

  • la prima, caratterizzata da livelli di bilirubina indiretta compresi tra 1,5 e 6 mg/100 ml, è definita semplicemente Sindrome di Gilbert a iperbilirubinemia lieve;
  • la seconda i cui livelli di bilirubina sono superiori a 8 mg/100 ml si definisce Sindrome di Gilbert a iperbilirubinemia elevata o Sindrome di Crigler-Najjar tipo II. I valori possono addirittura raggiungere il 20-30 mg/ 100 ml.

L’iperbilirubinemia indiretta è frequente soprattutto nei neonati dove è connessa al fatto che la vita media dei globuli rossi dei neonati è di circa 85 giorni e si ha una minore attività di eliminazione della bilirubina. Infatti, 6,1% dei neonati ha un livello di bilirubina indiretta superiore ai 12,9 mg/100 ml. Ciò però non significa che i neonati in questione siano per forza affetti da Sindrome di Gilbert, poiché solitamente la sindrome non si manifesta immediatamente alla nascita, pur essendo una malattia ereditaria, ma i primi sintomi tendono a comparire verso i 20-30 anni, scatenati da stress prolungati di tipo fisico o metabolico. Infatti, i valori della bilirubina indiretta aumentano in seguito a prolungati sforzi fisici, in quanto il corpo ha bisogno di una maggior quantità di ossigeno e poiché l’ossigeno è trasportato grazie al gruppo eme dell’emoglobina, costituente dei globuli rossi, la produzione di questi ultimi aumenta così come aumenta la loro distruzione e di conseguenza la concentrazione di bilirubina.

Per poter diagnosticare la sindrome bisogna controllare la bilirubinemia e dunque eseguire dei comuni prelievi del sangue, riponendo l’attenzione anche sulla concentrazione degli enzimi epatici (AST-aspartato transaminasi, ALT-alanina transaminasi e lattato deidrogenasi) e della bilirubina diretta che si mantengono nella norma. Per confermare la diagnosi possono essere eseguiti test genetici sul gene UGT1A1, pur non essendo questi ultimi raccomandati o necessari nella maggioranza dei casi. Da un punto di vista istologico il tessuto epatico non presenta alterazioni morfologiche.

 

Sindrome di Gilbert: sintomi

La bilirubina in eccesso riversata nel circolo sanguigno è tossica e provoca l’irritazione dei tessuti che si manifesta con prurito diffuso. Inoltre la secrezione di insulina non è regolare nei pazienti con sindrome di Gilbert, poiché viene aumentata la sua produzione e ciò provoca una diminuzione di glucosio in circolo.

I neuroni risentono in primo luogo questa carenza e infatti rallentano la loro attività, dando origine ad apatia, stanchezza cronica, depressione del tono d’umore, dolori addominali e inappetenza. Raramente i pazienti affetti da sindrome di Gilbert possono manifestare aumenti talmente elevati di bilirubina da provocare ittero che si manifesta con colorazione gialla delle sclere e della pelle, ma le cui conseguenze fisiche sono pressoché nulle, poiché l’ittero non persiste a lungo. Tuttavia, induttori enzimatici, come il fenobarbital, possono essere somministrati per favorire la regressione dell’ittero.

La sindrome di Gilbert, in virtù della sua facile gestione terapeutica e rapido alleviamento dei sintomi, non è invalidante in alcun modo, pur essendo fortemente consigliato di ridurre l’esposizione ai fattori scatenanti su cui si può intervenire come: disidratazione, digiuno prolungato, stress, carenza di sonno, eccesso di esercizio fisico. Ergo, anche in caso di gravidanza, la futura madre non deve portare avanti nessuna particolare cura se non seguire le suddette indicazioni.

Sindrome di Gilbert: la dieta

Il paziente con sindrome di Gilbert è tenuto a seguire uno stile di vita sano, evitando l’acqua fluorurata (il fluoruro è un inibitore enzimatico) ed eccessi alimentari (alcolici, fritture, alimenti ed integratori proteici, e cibi ricchi di grassi) che mettono a dura prova il fegato, incaricato di smaltire il tutto.

Sindrome di Gilbert e paracetamolo

In presenza di sindrome di Gilbert è fondamentale informare il proprio medico o farmacista della propria condizione, poiché il deficit enzimatico può amplificare gli effetti collaterali dei farmaci. Infatti, ciò accade in caso di assunzione di paracetamolo poiché esso è smaltito dall’enzima difettoso nella Sindrome di Gilbert. Non essendo però presente l’enzima in quantità sufficienti, il paracetamolo non è inattivato completamente e quindi si risentono maggiormente gli effetti del farmaco come vomito, edemi cutanei, malessere, diminuzione dei linfociti in circolo.
Un altro farmaco da evitare è l’irinotecano, chemioterapico che inibisce l’enzima UDP glucoronil trasferasi.

Raluca Elena strachinariu